Il Gioco Barocco Del Seicento Italiano PDF Print

Il gioco barocco del seicento italiano di Lorenzo Arruga
Recensione - Amadeus - giugno 1998 di Rolando Zegna
Recensione - Suonare - ottobre 1998 di Angelo Foletto
Recensione - The Strad (Regno Unito) - febbraio 1999 di Robin Stowell
Seicento Italiano di Giovanni Tasso
Recensione - Musica - marzo 2006 di Mario Marcarini

Il gioco barocco del seicento italiano

Appena il tempo del dischiudersi d’un sipario, e già il tedesco Johannes Hieronymus Kapsberger rinuncia al suo ruolo di presentatore imparziale e, imbracciata una tiorba, si mescola ai buoni sonatori del Seicento italiano, là dove la danza tende a diventare canzone. Scenari su scenari s’aprono via via davanti a noi.

 

Immagini
Questo CD si può prendere come viaggio in Italia, da Sud a Nord, partendo da quella Napoli seduttrice e fantasiosa in cui Giovanni Maria Trabaci si divertiva a raccontare storie arrivate da altri paesi d’Europa su qualunque strumento gli capitasse o anche su tutti insieme; e dove un musicista geniale, affettuoso e stravagante poteva farci trasalire con la continua meraviglia di tinte strumentali e, con discorsi che crescono eccitanti e ci abbandonano sussurrati, nella canzone dell’Infanta Arcibizzarra. Magari fermandoci a Roma a lasciarci affascinare dalle inafferrabili bellezze sprigionate dal misterioso mondo di Girolamo Frescobaldi. Per arrivare nella chiarità di Venezia, dove tutto pare distendersi, rasserenati nello spettacolo musicale di Biagio Marini, dalle confidenze intime ma teatrali e irresistibili di Dario Castello, e sorridendo all’ascolto di Buonamente, di Picchi, di Storace: bellezze quasi provocatoriamente sciorinate, alleggerite in canto ed in fantasia. Un viaggio: con le memorie delle cose viste secoli dopo: con i paesaggi e le figure della storia della pittura, come s’affollano e si disperdono nella nostra esperienza sempre troppo povera: salendo dai mari intensi del Meridione, alla campagna romana, fino ai nitidi cieli di Venezia, muri e alberi, e persone, gesti. Languori, nudità, maschere, strumenti musicali e concerti,  movimenti trattenuti che spesso paiono continuare appena abbiam distolto l’occhio, in quella pittura un po’ invadente e dissipata, che dove non possa arrampicarsi nelle cupole e nelle grandi pale delle chiese, pare dilagare irriflessiva e inquieta ma saporosa e fremente: la definiamo spesso “dopo il Rinascimento, prima del Settecento”, e quando l’attraversiamo nei nostri maggiori musei tendiamo ad affrettare un po’ il passo, impreparati. Un viaggio, e il risonare di parole, le cadenze lievi e gli affetti che in un altro tipo di scuola avremmo appreso a soppesare e degustare nel rapido volo dei versi di Gabriello Chiabrera e ad amare alla follia perduti nella malinconia fonda e veggente dei madrigali di Torquato Tasso.

Forme ed affetti
E si può accogliere questo CD come un trattato implicito sulle forme della musica secentesca. Insieme, un manuale d’affetti. Bisogna analizzare, consultare, ragionare, familiarizzare per ascoltare bene questa musica. Non si mostra tranquillamente al primo tendere d’orecchio. Vive il contrasto bruciante fra la necessità d’esprimere gli affetti con quella forza che la scuola italiana insegnava in tutto il mondo, fondata sulla retorica classica: dispositio, elocutio, actio, memoria…, l’antica chiarezza della comunicazione. Vive anche dell’intensificazione del discorso attraverso i suoi mezzi tecnici tipici: quelli d’uno sforzo costante degli strumenti d’imitare la voce: con l’aumentar di peso sulle note, come in una messa a fuoco, nella stessa emissione; con gli accenti, i sospiri, le fulminee cadute, le lunghe ascensioni in progressioni che finiscono per essere purificatrici: quasi che la moderna distinzione retorica fra icona metaforica e realtà metonimica, cioè fra il segno che simboleggia un’esperienza e quello che ne dà una minima esperienza, potesse venir meno nella concretezza fisica della musica: in un percorso però, tutto barocco, non di vie lunghe preordinate, ma di linee spezzate e ricomposte e in una continuità affidata alla costanza della meraviglia. Le forme sono vissute non come riassunti o moduli, bensì come logica vitale, ma l’insorgere di desideri suscita urgenze e sorprese: la sonata, già così ricca e varia nei suoi contrasti fra tempi lenti e veloci, fra divisioni “in due” e “in tre”,  e protesa da lontano verso l’approdo alla complessa esattezza del Settecento, all’ultimo momento può invece trasformarsi in canzone all’antica: l’ordine razionale accetta di fare convivere elementi diversissimi: in una sola sonata come quella, bellissima, di Biagio Marini, il bruciarsi del clima arcaico, medievalizzante, in ebbrezza, è impressionante. Quest’urgenza d’esprimere, si sente al suo culmine soprattutto nelle sonate che abbiamo posto strategicamente a metà del programma, nell’alzarsi della tensione, dove il violino e anche gli altri strumenti vogliono parlare in prima persona e dove la mobilità stessa d’un linguaggio ancora ignaro di forti vincoli di tempo e dei saldi intrecci del sistema tonale, come presto verrà codificato, permette una libertà emozionante. Insomma, qualcosa ci tocca da molto vicino, ed imprevedibilmente. Alle leggi della musica subentra forte, intensa, la presenza delle persone.

Persone
Queste persone sono oggi, con gli autori, gli strumentisti dell’Accademia Bizantina. La nuova filologia li ha scortati per fare loro la mentalità, le tensioni, la prassi, i gesti di quel mondo seicentesco; ma non hanno mai confuso la filologia con la musica, e neanche questa volta pensano, suonando, al manuale: piuttosto cercano un suono che dia volta per volta un senso alle riscoperte del timbro e del colore, e che la nostra incisione ha lasciato fragrante e fedele; pensano a una comunanza di intenti che renda eloquente e naturale la variatissima, sottile immaginazione di autori che con sottigliezza e pudori, oltre con momenti di candore, si consegnano a noi. Per questo, lo studio prima, la concertazione poi ed infine la presenza da direttore Ottavio Dantone può garantire l’impatto interpretando le partiture nell’incontro fra i suoi strumentisti e noi:difficilissimo, lungo lavoro che si brucia poi nei tempi brevissimi dei tanti pezzi. Eppure questo studio, questo lavoro, questo disco, dovessimo darne un’immagine unica, ci verrebbe da definirlo un gioco: un grande gioco barocco, dove si sa benissimo cosa sia vero e che cosa sia finto e come la finzione porti alla verità: “gioco”, la stessa parola che in altre lingue serve per indicare il suonare e il recitare in teatro: dove ogni volta pare di inventare la vita da capo, e arrivarne a sfiorare qualche segreto. Un momento prima della fine, proprio come nei giochi dei bambini, quando si materializzano le stupefacenti Consonanze stravaganti di Giovanni Maria Trabaci, proviamo l’arcana malinconia del gioco che sta per finire: la nostalgia per quello che è stato e per quello che avrebbe potuto essere, tutt’insieme.

Lorenzo Arruga


Giudizio artistico: OTTIMO
Giudizio tecnico: OTTIMO


Sono molte le cose preziose raccolte in questo CD. Ma una su tutte arriva fulminante e imprescindibile: e cioè che la musica barocca in terra italiana parla lo stesso linguaggio del teatro.... E quanto senso teatrale della meraviglia  e della sorpresa muove forme , colori e suoni...ma soprattutto la sorpresa viene dal richiamo alla voce. Un richiamo così insistente che non si può fare a meno di aspettarsi l'ingresso di un cantante prima o poi...Naturalmente le voci non arrivano in questa registrazione, ma gli strumenti dell'Accademia Bizantina, guidati dal sempre più esperto Ottavio Dantone, maestro di concerto al clavicembalo, "recitano" coi suoni come se fossero delle voci. Sontuoso.
Massimo Rolando Zegna
Amadeus
giugno 1998

 


Giudizio: OTTIMO

...Il piacere dell'ascolto deriva in buona parte da un'impaginazione di raffinata concezione, ma non va certo dimenticata la qualità ragguardevole delle esecuzioni. L'Accademia Bizantina, qui rappresentata da un gruppo di solisti di notevole personalità si affida con fiducia al gusto estroso e competente di Dantone che sta progressivamente affinando la vocazione per il ruolo di autentica guida interpretativa. Capace di tenere sotto controllo lo stile senza imbrigliare la fantasia, con un equilibrio impagabile e vitale per queste musiche che animano un paesaggio sonoro fotografato nella cruciale fase della crescita.
Angelo Foletto
Suonare
ottobre 1998

 


Giudizio: OTTIMO

...Da qualsiasi punto di vista si affronti, la raccolta di tale viaggio musicale del ‘600 italiano, evidenziata dai motivi di Kapsberger stesso, trova i membri dell’Accademia Bizantina in perfetta preparazione. Le interpretazioni tecnicamente esperte, eleganti ed altamente retoriche si percepiscono grazie ad un approccio lodevolmente flessibile nei confronti della performance, che veramente fa rivivere questa musica.
Robin Stowell
The Strad (Regno Unito)
febbraio 1999 

 



SEICENTO ITALIANO

Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII lo sviluppo della musica strumentale conobbe una fioritura senza precedenti. Tuttora poco conosciuto, questo vastissimo repertorio rappresenta un importantissimo momento di transizione tra gli ultimi bagliori del Rinascimento e l’alba radiosa della prima stagione del Barocco, e uno scrigno ricco di tesori inestimabili che meritano di essere riscoperti e valorizzati. Il viaggio proposto dal programma di questo disco non è che una delle infinite alternative possibili, comprendendo autori noti e meno noti, nel tentativo di individuarne gli stili principali e le forme espressive più significative.
Conosciuto come ‘il Tedesco della Tiorba’, Johann Hieronymus Kapsberger fu una figura di grande importanza nel panorama musicale romano della prima metà del XVII secolo. Oltre a dare un contributo determinante allo sviluppo del repertorio degli strumenti a pizzico, Kapsberger seppe inventare uno stile personale e innovativo. Sebbene la sua arte venga riconosciuta soprattutto grazie alla produzione vocale e nell’opera per tiorba e chitarrone, anche i lavori per ensemble da camera presentano numerosi motivi di interesse, come si può notare nei toni soffusi e intrisi di aristocratica malinconia della Sinfonia XVII, che trova un meraviglioso pendant nella splendida Canzona I per tiorba e basso continuo.
Originario di Monte Pelusio (l’odierna Irsina), Giovanni Maria Trabaci si trasferì a Napoli dove, non ancora ventenne, venne assunto come tenore presso la Chiesa della Santissima Annunziata. La sua vera vocazione era però l’organo, strumento nel quale si distinse al punto da venire assunto nel 1601 come organista della Cappella Reale dei viceré spagnoli. Accanto al repertorio sacro, Trabaci ebbe modo di dedicarsi intensamente alla musica strumentale servendo presso la casa dei Capoa di Balzo, una delle famiglie più colte della nobiltà partenopea. Di grande interesse sono le sue tre brevi gagliarde a quattro parti, che fanno coesistere brillantemente uno slancio vivace con una irreprensibile eleganza formale, mentre le Consonanze stravaganti rivelano in maniera evidente la piena maturità artistica di Trabaci, che trova compiuta espressione in un canto struggente e pieno di passione, sottolineato da un pianissimo dalle sfumature iridescenti.
Girolamo Frescobaldi è legittimamente considerato il maggiore protagonista del repertorio strumentale italiano del XVII secolo. Approdato a Roma a vent’anni, il giovane compositore ferrarese non tardò a trovare solidi appoggi nel cardinale Bentivoglio, che nel 1607 gli fece avere l’incarico di organista presso la Chiesa di Santa Maria in Trastevere. Nella Città Eterna, la sua fama crebbe a dismisura, al punto che le sue opere vennero ristampate in continuazione. Rispetto ai suoi contemporanei, Frescobaldi seppe esplorare fino in fondo tutte le risorse degli strumenti a tastiera, un fatto che gli permise di dare voce alla propria prepotente fantasia. Questa straordinaria inventiva – unita a una sapienza tecnica senza pari – appare evidente nella Canzon VIII «L’Ambiziosa» che, grazie a un dialogo serrato tra gli strumenti e a un raffinato uso della variazione, può essere considerata la fattispecie ideale dell’arte strumentale del Seicento italiano.
Sebbene oggi sia quasi dimenticato, il napoletano Andrea Falconiero ebbe un’esistenza alquanto tormentata, che gli offrì comunque la possibilità di essere protagonista in alcune delle corti più fastose dell’epoca. La musica strumentale di Falconiero ci è giunta grazie a due ampie raccolte, una a stampa e una manoscritta, dalle quali emerge la figura di un compositore di grande talento, capace di scrivere lavori di notevole elaborazione formale. Tra di essi uno dei più famosi è sicuramente l’Infanta Arcibizzarra, un’opera dai toni piacevolmente mossi e ricca di soluzioni di grande interesse, nella quale agli strumenti del basso continuo viene affidata una parte di straordinaria importanza.
Nativo di Cremona, Tarquinio Merula fu senza dubbio uno dei maggiori esponenti del panorama musicale italiano della prima metà dal XVII secolo. Dopo una permanenza di quattro anni a Varsavia, dove ricoprì l’incarico di organista di corte, Merula si trasferì prima a Bergamo e poi a Venezia, dove ebbe modo di esprimere compiutamente il proprio genio. Ormai carico di onori, nel 1652 fece ritorno nella sua città natale, dove gli venne affidato l’incarico di maestro di cappella del Duomo. A Merula va attribuito il merito di avere dato un contributo determinante allo sviluppo del genere della sonata strumentale, che grazie a lui assunse un maggior ordine strutturale e una più precisa coerenza tematica. Questo fatto interessò sia la produzione per strumento da tasto – come si può notare nello splendido Capriccio per clavicembalo – sia il corpus per ensemble cameristico, di cui nel programma di questo disco viene presentato a mo’ di esempio la Canzon «La Loda», un’opera che presenta un carattere decisamente innovativo.
Contemporaneo di Tarquinio Merula, il bresciano Biagio Marini fu uno dei violinisti più ammirati della sua epoca. Dotato di una tecnica sbalorditiva e di una vena espressiva audace ed estroversa, Marini introdusse stabilmente nella sua produzione parecchie innovazioni tecniche quali il tremolo e la scordatura. Il suo stile fantasioso e ricco di repentine variazioni espressive è efficacemente rappresentato dalla Soranza, un brano di sorprendente modernità, la cui incontenibile vitalità viene enfatizzata dal festoso inciso vocale «Viva, viva la Soranza», eseguito all’unisono dagli stessi strumentisti.
Nonostante studi e ricerche appassionate, la figura di Dario Castello è tuttora avvolta nel mistero più fitto. La totale mancanza di dati biografici aveva addirittura spinto alcuni studiosi ad avanzare l’ipotesi che dietro il nome di Dario Castello si celasse in realtà un patrizio veneziano appassionato di musica, arte allora ritenuta incompatibile con la dignità nobiliare. Le sonate di Castello sono caratterizzate da una scrittura ancora pensata per un ensemble strumentale indefinito, che poteva adattarsi sia alle peculiarità tecnico-espressive del violino sia a quelle di uno strumento a fiato. Nonostante questa caratteristica ancora legata al passato, la musica del compositore veneziano presenta una netta differenziazione ritmica e formale che contribuisce a esaltare lo spirito di ciascun movimento e spesso un piglio virtuosistico di grande effetto, come si può notare nella Sinfonia XV per Stromenti d’arco.
Allievo di Claudio Monteverdi, il mantovano Giovanni Battista Buonamente iniziò la propria carriera presso la corte dei Gonzaga e nel 1622 ebbe l’onore di accompagnare a Vienna la principessa Eleonora Gonzaga, promessa sposa dell’imperatore Ferdinando II. Nella capitale asburgica trovò un importante incarico musicale, venendo nominato musicista da camera dell’imperatore. Tornato in Italia, Buonamente si stabilì ad Assisi presso la Basilica di San Francesco, massimo riconoscimento che poteva essere tributato a un musicista appartenente all’ordine francescano. Della produzione strumentale di Buonamente ci sono pervenuti gli ultimi quattro dei sette libri di sonate, comprendenti anche sinfonie, danze e canzoni. Nella Sonata X «Cavalletto Zoppo» si può apprezzare appieno la sua arte, capace di coniugare una raffinata propensione descrittiva con una organizzazione formale rigorosa e di notevole eleganza.
A differenza di molti compositori coevi, Giovanni Picchi (attivo tra il 1600 e il 1625) sviluppò la propria carriera unicamente a Venezia, dove gli venne affidato l’incarico di organista presso la Chiesa di Santa Maria dei Frari e della Scuola Grande di San Rocco. Apparsa nel 1625, la raccolta delle Canzoni da sonar è una delle sue opere più elaborate, presentando 19 lavori concepiti per le più diverse combinazioni strumentali.
Poche notizie – e in gran parte contraddittorie – ci sono giunte di Bernardo Storace. Tutte le opere rimasteci sono contenute nella Selva di varie compositioni d’intavolatura per cimbalo ed organo, un’ampia raccolta che sotto l’aspetto stilistico può essere considerata l’anello di congiunzione ideale tra l’eredità di Girolamo Frescobaldi e le innovazioni introdotte da Bernardo Pasquini. Con i suoi toni deliziosamente leziosi, il Balletto per cembalo denota uno spiccato gusto per la melodia e un incedere elegante e misurato.



“Il gioco barocco del Seicento italiano”, prezioso compact disc pubblicato quasi dieci anni or sono dalla raffinata casa discografica Thymallus è ormai un oggetto raro e ricercato che documenta gli esordi discografici di Ottavio Dantone in qualità di direttore musicale dell’Accademia Bizantina, ensemble che il clavicembalista ha diretto dal 1996 ad oggi attraverso un crescendo di successi e affermazioni internazionali, ampliandone il repertorio e ponendo l’accento con competenza e scrupolo sulla prassi filologica. Il programma di quella registrazione (risalente al 1997 ed oggi riproposta dalla Arts) era concepito come un’ideale viaggio nell’Italia musicale del Seicento, dalla Roma di Kapsberger e Frescobaldi fino alla Venezia di Castello e Picchi, e alla Napoli di Trabaci. Un’ora di musica sublime, che include vere e proprie gemme quali la Canzone “L’Ambiziosa” (Frescobaldi) o il Balletto per cembalo (Storace), interpretate con gioiosa vivacità da un complesso affiatato quanto preciso. Suono morbido, intonazione irreprensibile ma soprattutto buon gusto nella scelta dei tempi e nell’esecuzione degli abbellimenti fanno di questa ristampa un oggetto irrinunciabile per gli amanti della musica antica, e non solo per gli ammiratori sempre più numerosi che l’Accademia Bizantina sta meritatamente guadagnando negli ultimi anni.
Mario Marcarini
Musica
marzo 2006

 
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