Rinaldo di Händel diretto alla Scala di Milano PDF 印刷

IL SUONO DELLA DOLCEZZA «ITALIANA»
Intervista con Ottavio Dantone

Chi l’avrebbe mai detto? Insieme ai più noti complessi inglesi e francesi che suonano musica antica con strumenti originali e che, pur con diverse caratteristiche, tentano il recupero filologico dello stile esecutivo antico, si affacciano alla ribalta internazionale anche le formazioni italiane. A capo di queste ci sono direttori di grande valore, che nulla sembrano invidiare ai colleghi stranieri. Fradi essi vi è Ottavio Dantone, nato come clavicembalista e dal 1996 direttore musicale del complesso della Accademia Bizantina di Ravenna, col quale per anni ha suonato in qualità di clavicembalista. Sarà lui a dirigere alla Scala Rinaldo di Händel nell’allestimento di Pier Luigi Pizzi.
E’ la prima volta che dirige in Italia un’opera di Händel?

Ho già eseguito “Orlando” di Händel con l’Accademia Bizantina a Ravenna e poi a Reggio Emilia nell’allestimento di Robert Carsen. Con “Rinaldo” torno ad occuparmi di un’altra delle opere ispirate a poemi cavallereschi del Tasso e dell’Ariosto, che tanta importanza hanno avuto non solo nella produzione di Händel, ma per molti altri compositori settecenteschi. L’invito rivoltomi dalla Scala per dirigere “Rinaldo”nella prossima stagione è per me un grande Onore.

Secondo lei il ritorno sul palcoscenico della Scala di un’opera di Händel va letto con come un segnale significativo?
L’opera barocca comincia ad avere un seguito di pubblico che fino ad alcuni anni addietro era impensabile. E stato sì un processo lento, eppure oggi questo repertorio comincia anche in Italia a ritagliarsi un posto di primaria importanza nella programmazione dei teatri. E cresciuto il mercato discografico e gli interpreti italiani vengono apprezzati all’estero e regolarmente invitati nei maggiori festival di musica antica. Penso che da noi si sia poco per volta compreso che il linguaggio musicale più appropriato per la giusta percezione di questo tipo di musica sia proprio quello che passa attraverso gli strumenti originali e che il loro utilizzo serva per donare a questa musica il linguaggio sonoro che le è stilisticamente più appropriato. Fino a non molto tempo fa si era convinti che i complessi barocchi stranieri facessero asettico sperimentalismo. Oggi, invece, si sa che il lavoro svolto è servito ad aprire la strada ad una giusta percezione della musica antica. Personalmente non posso sentirmi pioniere di questo nuovo corso esecutivo, perché noi italiani siamo arrivati tardi a comprendere il significato di tale ricerca filologica. Ma i nostri risultati vengono ugualmente apprezzati.

Quindi il lavoro svolto da lei, o da altri direttori “specialistici” italiani come Rinaldo Alessandrini, Fabio Biondi e Alessandro De Marchi, le pare abbia dato i suoi frutti?
Sono i fatti a dimostrarlo. In quel gioco di contrasti che è caratteristica preclara della musica barocca gli italiani hanno saputo donare ai suoni una morbidezza e una dolcezza che ci viene apprezzata ed invidiata. Ciascun complesso ha le sue caratteristiche, e ve ne sono di straordinari, ma quelli italiani hanno una originalità tutta particolare.

Eppure alla Scala Rinaldo non verrà eseguito dall’Accademia Bizantina...
Il livello dell’Orchestra della Scala e sua duttilità è tale che ritengo si possano comunque ottenere effetti stilisticamente appropriati pur con l’impiego di strumenti moderni. Mi porterò tuttavia a Milano Stefano Montanari, che è il primo violino del mio complesso, unitamente al clavicembalista, al liutista e, se necessario, ad altri strumentisti con i quali solitamente lavoro a stretto contatto. Non fatico a credere che i risultati saranno ugualmente stimolanti, perché quando si lavora con musicisti di talento non si de ve temere nulla.

Quale edizione verrà eseguita per la Scala di Rinaldo? Verranno operati dei tagli, o si opterà per l’integralità?
Händel curò a Londra due versioni dell’opera: la prima nel febbraio del 1711, poi successiva mente ripresa nell 1713 nel 1715 e 1718; la seconda, all’apice del suo successo in inglese, nel marzo de 731, modificando, sopprimendo o aggiungendo alcune parti e affidando la parte di Rinaldo a Francesco Bernardi detto il Senesino, il castrato prediletto da Händel. L’edizione che si ascolterà alla Scala unirà caratteristiche di entrambe le edizioni. Verranno apportati alcuni tagli, ma saranno per lo più modifiche che non intaccano la struttura originaria dell’opera, bensì riflettono alcune scelte che Pier Luigi Pizzi aveva già operato per il suo celebre ed ormai storico allestimento di “Rinaldo” proposto nei teatri emiliani a metà degli anni Ottanta, che verrà rimontato al Teatro degli Arcimboldi con nuove soluzioni.

Taluni pensano che Le esecuzioni filologiche abbiano finito per uccidere nella musica antica il divismo delle grandi voci, e così lo spirito stesso del belcanto. Lo ritiene un discorso privo di fondamento?
Ho sempre ascoltato con ammirazione i belcantisti che si sono avvicinati al repertorio barocco. Oggi si è però evoluto il modo di concepire il canto in questo repertorio. Si è innanzitutto instaurata una collaborazione più costruttiva fra cantanti e direttore; si è favorito un lavoro di ensemble che ha fatto maturare una visione del fatto esecutivo più flessibile e matura. Ci sono cantanti che, proprio perché amano far musica in team, si mettono continuamente in gioco e accettano ritmi di lavoro ai quali certi divi mai avrebbero acconsentito in passato, o oggi accetterebbero. Questo ha per messo loro di maturare una coscienza stilistica ed un desiderio di confrontarsi con maggior dialettica con il  responsabile musicale dello spettacolo, che è diventato il vero punto di riferimento nell’esecuzione di un’opera. Ciò non significa che al cantante vengano negate le possibilità di far emergere le proprie possibilità vocali, bensì esse sono frutto di una lavoro dì dialogo e confronto continuo col direttore. Alla Scala avrò un cast che ritengo ideale, con protagoniste, nei panni di Rinaldo, Sara Mingardo e poi, per alcune recite, Sonia Prina, anche lei bravissima. Ci saranno anche Annick Massis (Alnirena), Darina Takova (Armida) e il giovane Marco Vinco (Argante). Vorrei soffermami sulla nuova  scuola di canto italiana barocca. Ci sono voci che all’estero ci sono invidiate e sono considerate molto più che da noi in questo repertorio. Il livello di preparazione tecnica e la sensibilità stilistica dei nostri cantanti sono straordinariamente cresciuti. Se poi sono costretti a emigrare all’estero per lavorare, questo è un altro discorso; il loro valore rimane un dato di fatto. Ho recentemente diretto a Cremona “Il ritorno di Ulisse in patria”di Monteverdi, in coproduzione con i Teatri del Circuito Lombardo (Brescia, Pavia e Como). Ho avuto a mia disposizione una compagnia di interpreti tutti italiani, fra i quali Sonia Prina e Furio Zanasi. E’ stata una gioia lavorare con loro. Sono certo che anche alla Scala sarà possibile impostare il lavoro con eguale entusiasmo.



 
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