| Le sonate per violoncello di A. Scarlatti Mauro Valli |
|
|
Sono scarse le notizie storiche sulle tre straordinarie Sonate per violoncello e basso continuo di Alessandro Scarlatti e su come esse si collochino nella produzione strumentale del compositore. Eppure le soluzioni tecniche proposte, l’accuratezza della scrittura ed il fascino dell’invenzione melodica provano senza ombra di dubbio l’importanza che questi lavori rivestivano anche per lo stesso Scarlatti. Quantomai doveroso era dunque uno studio sugli strumenti da utilizzare per questa registrazione. E’ nata così l’idea di proporre in due delle sonate un “violoncello piccolo” a cinque corde, lo stesso strumento citato e utilizzato da J.S.Bach non solo nella sesta delle sue famose Suites ma anche in sette delle sue cantate. La mia personale convinzione è che altri compositori di scuola italiana, tra i quali Alessandro Scarlatti, abbiano espressamente realizzato i loro lavori per il “violoncello piccolo”, anche se non esiste una precisa indicazione come in Bach. Prima di tutto perché gli italiani non specificavano quasi mai lo strumento nei loro lavori: poteva anche essere una limitazione per la diffusione delle musiche indirizzarle ad un solo strumento, tanto che frequentemente si usava scrivere “sonata per violino o oboe o flauto”, per avere più chanches di vendere il prodotto. Inoltre la scrittura di queste Sonate è proiettata verso l’acuto e in quest’epoca non usava scrivere brani troppo difficili tecnicamente. Boccherini col suo capotasto e la conseguente rivoluzione tecnica erano di là da venire e nella prassi non si era soliti “smanicare” (ovvero andare oltre le posizioni di manico, cioè in posizioni acute della tastiera). Si restava quindi nelle prime posizioni, anche perché i committenti o destinatari delle musiche erano per lo più dilettanti sebbene illustri. Esempi di compositori italiani che possono aver pensato al violoncello piccolo per le loro composizioni sono numerosi: a Napoli accanto al nostro Scarlatti anche Leonardo Leo con i suoi concerti scritti in chiave di tenore, o Salvatore Lanzetti nelle sue sonate. Lo stesso Vivaldi a Venezia ha delle sortite sospette verso l’acuto in alcuni dei suoi concerti, e Sammartini a Milano scrive un “concerto per violino o violoncello piccolo”, rivelando un probabile utilizzo dello strumento ed assieme un possibile motivo della scarsezza di tracce e di musiche per il medesimo: lo si utilizzava nel repertorio per violino approfittando della stessa accordatura, cioè col mi aggiunto sopra al la. Per quanto la scelta di suonare due delle tre sonate di Scarlatti con il violoncello piccolo sia una semplice ipotesi di sonorità barocca, questo strumento aggiunge un particolare fascino ai lavori. Nella seconda sonata ho comunque utilizzato il violoncello grande, non solo per la tessitura lievemente più bassa ma soprattutto per il carattere più teso e ombroso del do minore. Da notare che questa idea ha condizionato naturalmente la realizzazione del basso continuo: insieme al violoncello piccolo si è utilizzato un violone a sei corde con tasti (che suona alla stessa ottava del violoncello), con un abbinamento che contribuisce a rendere trasparente e leggera la sonorità, ricordando un poco il timbro delle viole da gamba. Nella seconda sonata invece abbiamo abbinato al violoncello grande il basso tradizionale che raddoppia all’ottava bassa la linea del continuo, donando profondità e colore scuro. Inoltre abbiamo utilizzato l’arciliuto e non la tiorba, oltretutto accordato in la e non in sol, sempre alla ricerca di una sonorità limpida e luminosa. Con questo organico strumentale abbiamo cercato di avvicinarci al timbro del sesto Concerto Brandeburghese, cioè ricchezza di armonici grazie all’abbondanza di corde (5 il violoncello e 6 il violone) che creano molta risonanza. Mauro Valli |