Il gusto del sorriso illumina Pergolesi PDF Versão para impressão

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Jesi

Il gusto del sorriso illumina Pergolesi



È un po' tardi per dirvi: giù dal letto, correte a Jesi. Oggi c'è l'ultima replica del Flaminio di Pergolesi. Fa da apertura alla tappa di primavera del Festival dedicato al più grande compositore della scuola napoletana, che in questa delizia di cittadina delle Marche 300 anni fa ebbe i natali. Un capolavoro, con la direzione di Ottavio Dantone, la regia di Michal Znaniecki e un manipolo di giovani cantanti, uno più bravo dell'altro. E col brivido del debutto assoluto dei sovratitoli su palmare: "myKoiné", una rivoluzione che surclassa proiezioni e display sugli schienali.
 
Il primo pregio del Flaminio sta nel cuore, perché la commedia è un gioiello di musica, da far perdere la testa, e ha uno spasso di libretto, per riconquistare la ragione. Pergolesi la scrisse quando aveva 25 anni, l'ultima opera. L'anno dopo, 1736, la "tabe etica" se lo portò via, in quel di Pozzuoli, dove fu sepolto nella fossa comune della Cattedrale. Pergolesi può fare di Jesi una piccola Salisburgo: le opere e tanta altra musica ora ci sono. Il contorno di bellezza e arte qui anche di più.

Una sala, ad esempio, come quella dove è stato messo in scena Il Flaminio non ha paragoni. È una porzione di chiesa sconsacrata, a pianta centrale. Intitolata alla jesina Valeria Moriconi, nelle sale attigue conserva i costumi, la biblioteca con le dediche commoventi di Eduardo. Il regista polacco Znaniecki, quarantenne, geniale, con tocchi di Strehler, sfrutta lo spazio in altezza. Mette in dialogo la piccola platea, attaccata alle prime file di poltrone, con l'orchestra alle spalle e le balconate dei matronei e dei finestroni. Si canta su, si canta giù. Il momento di più acuta comicità è la festa del secondo atto, in cui tutto deflagra. Znaniecki qui apre una botola per un teatrino di marionette, in alto, più che può, da torcicollo: ad aumentare il delirio napoletano.

Tre ore abbondanti di musica (si finisce all'una di notte) sono tre ore di intelligenza comica. I giovani ricchi, capricciosi, contro i giovani poveri, concreti. Il riccotto Polidoro, un fantastico Juan Francisco Gatell, lo scopriamo istrionico attore, sempre con la voce preziosa di tenore gentile, nella festa vuole gareggiare col servo Vastiano – irresistibile Vito Priante, serissimo e dall'impeccabile napoletano – nella corsa coi sacchi. La parola sacco scatena un'Aria di follia: scioglilingua e nostalgia. Polidoro capisce che ha perduto la bella vedovella Giustina. Lei, Marina De Liso, raffinata, non può amare un pazzerello. Le sono più consone le nubi di Flaminio, tormentato, che Pergolesi monello vuole donna, con scoperta vena omosex. E Laura Polverelli sta al gioco, ammiccante, lievemente conturbante, canto sublime.

Comico puro è il perdente Ferdinando, l'innamorato costante, in dialetto stretto (nei palmari la traduzione è quadrilingue, li firma Nedo Ferri che nel 1986 creò i sovratitoli: sono il futuro). Serena Malfi  lo rende irresistibile, persino nel tic del baffetto che freme. Adolescente capricciosa è la sua promessa Agata, voce generosa di Sonia Yoncheva. Stupenda la serva Checca, accento toscano perfetto e rotondità di Laura Cherici.
 
I Bizantini suonano magnifici. Tutti, ma in particolare il primo violino Stefano Montanari. Sono guidati da Ottavio Dantone, energico e morbido, anche al cembalo in tutti i Recitativi. Fantasioso, dà al Flaminio un gusto rocambolesco, sfaccettato, istrionico. E mai sentiti "da capo" così ogni volta freschi e nuovi.

Carla Moreni: Il Sole 24 ore
 
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