Più di sei ore di musica, quarantasette personaggi, ventitré cambi di scena, draghi sputafuoco, tempeste, terremoti, divinità che scendono dal cielo su nubi sospese e un teatro costruito appositamente per ospitare lo spettacolo. Quando Il pomo d’oro di Antonio Cesti debuttò a Vienna nel luglio del 1668, il pubblico assistette non solo a una “festa teatrale”, ma a una sontuosa celebrazione del potere imperiale e a uno sfoggio di meraviglia scenica e di innovazione tecnica destinato a lasciare il segno nella storia del teatro musicale.
Commissionata dall’imperatore Leopoldo I per celebrare il matrimonio con Margherita Teresa di Spagna, Il pomo d’oro riprende il mito classico del Giudizio di Paride e della Mela della Discordia, adattandolo però ai gusti del pubblico contemporaneo e alla funzione politica dell’opera, una grandiosa allegoria della dinastia asburgica.
Dopo il suo debutto, Il pomo d’oro scomparve dalle scene. La partitura ci è giunta incompleta e per secoli quest’opera, seppure celebre per la sua leggendaria durata e per l’imponente impianto scenografico, è rimasta di fatto inascoltata. Oggi, un paziente lavoro di ricerca e ricostruzione musicale e filologica permette finalmente di restituire al pubblico un capolavoro del teatro musicale del Seicento.
Cesti, Vienna e l’opera che celebra un impero
Quando Antonio Cesti giunse a Vienna, era già un apprezzato compositore d’opera. Negli anni precedenti aveva prestato servizio presso due successivi arciduchi di Innsbruck. Nel 1665 la morte prematura dell’arciduca Sigismondo Francesco, privo di eredi, determinò il passaggio del ramo tirolese degli Asburgo sotto il controllo dell’imperatore Leopoldo I. Musicista egli stesso e grande appassionato di teatro, il sovrano colse l’occasione per rafforzare ulteriormente la vita musicale della propria corte e invitò Cesti a Vienna, insieme ad alcuni cantanti e al suo storico librettista, Francesco Sbarra. Al compositore fu conferito l’incarico di “cappellano d’onore e sovrintendente delle musiche teatrali”.
Il trasferimento a Vienna, uno dei principali centri culturali dell’Europa del tempo, segnò l’inizio di una nuova stagione creativa per Cesti. Leopoldo I destinava ingenti somme di denaro alle produzioni teatrali, e il compositore trasse grande beneficio dalla generosità dell’imperatore.
Poco dopo il suo arrivo a Vienna, Cesti fu incaricato di comporre musiche per celebrare le nozze dell’imperatore Leopoldo I con l’Infanta Margherita Teresa di Spagna, previste per il 1666. Nel diciassettesimo secolo, matrimoni e compleanni dinastici erano occasioni in cui le corti europee mettevano in scena il proprio prestigio attraverso feste spettacolari, e l’opera era al centro di queste celebrazioni.
La scrittura del libretto de Il pomo d’oro fu affidata a Francesco Sbarra, collaboratore di lunga data di Cesti e veterano di numerose imprese teatrali. Ispirandosi al mito del Giudizio di Paride, Sbarra costruì una monumentale architettura teatrale articolata in un prologo e cinque atti, per un totale di sessantasei scene, in cui alla trama principale del mito greco si intreccia una moltitudine di episodi secondari.
La versione di Sbarra deve molto alle trame e ai temi tipici dell’opera italiana, ma ne amplia ulteriormente la complessità con un fitto susseguirsi di vicende, sottotrame e una fantasia scenica senza freni.
Per gran parte dell’opera, dèi e mortali sono coinvolti nelle vicende scatenate dalla mela d’oro destinata “alla più bella” tra le dee, finché la scena conclusiva non rivela il significato dell’allegoria, trasformando il mito classico in un’esaltazione della dinastia asburgica. In una grandiosa scenografia che mostra creature mitologiche e dèi danzare su nubi sospese, Giove assegna la mela non a Giunone, né ad Atena, né a Venere, ma all’imperatrice Margherita Teresa, celebrata come la più bella, saggia e potente fra le principesse, capace di unire le virtù delle tre dee.
Il più grande spettacolo teatrale del Seicento
Per mettere in scena un’opera così grandiosa, serviva un palco all’altezza delle ambizioni imperiali. Leopoldo I affidò a Ludovico Burnacini, architetto di corte, la progettazione delle scenografie, delle macchine teatrali e di un nuovo teatro destinato a ospitare la rappresentazione. La costruzione richiese diversi anni e, secondo le fonti dell’epoca, l’edificio avrebbe potuto accogliere fino a cinquemila spettatori, anche se questa cifra appare oggi alquanto esagerata.
Lo spettacolo doveva suscitare meraviglia in ogni momento: Il pomo d’oro richiedeva ventitré sfarzosi cambi di scena e non si badò a spese per realizzare gli oltre trentanove complessi congegni scenici impiegati per creare tempeste, terremoti, draghi sputafuoco, tuoni e fulmini.
Alla realizzazione dell’allestimento contribuì un intero team tecnico: le musiche dei balletti furono affidate a Johann Heinrich Schmelzer e le coreografie a Santo Venturi, Agostino Santini curò le scene di assedio e gli altri episodi di carattere militare, mentre il conte Francesco Agostino di Walstein coordinò l’intera produzione. A distanza di oltre tre secoli, Il pomo d’oro resta uno degli esempi più impressionanti della spettacolarità raggiunta dal teatro barocco.
Frans Geffels (citato sull'opera), 1668 - 1670 circa
Nella sala da concerto di Vienna viene rappresentata l’opera «Il Pomo d’Oro» per la corte di Leopoldo I in occasione del compleanno dell’imperatrice Margherita Teresa di Spagna (1668). La famiglia imperiale è seduta in prima fila. In primo piano, una fila di soldati. L’incisione presenta una didascalia in italiano. Fonte: Rijksmuseum, Amsterdam.
Più di otto ore di musica
L’impresa compositiva di Cesti fu altrettanto imponente. Il 27 giugno 1666, Antonio Cesti scriveva al veneziano Marco Faustini di essere impegnato nella composizione di una Opera Grande, segnando così l’inizio di un lavoro che gli avrebbe richiesto molto tempo. Nell’agosto dello stesso anno Cesti raccontava di aver completato soltanto la prima metà del primo atto e aggiungeva che l’imperatore lo aveva convocato già due volte per ascoltare personalmente i risultati del suo lavoro. È evidente che Leopoldo I desiderasse accelerare la composizione della musica, la quale, come lo stesso Cesti ammetteva, avrebbe avuto una durata superiore alle otto ore. Prove indirette indicano che Cesti riuscì comunque a completare tutta la partitura, a eccezione di un solo frammento, nel corso dell’autunno del 1666, ma ciononostante Il pomo d’oro non andò in scena in occasione delle nozze imperiali come inizialmente previsto.
Diverse circostanze contribuirono a rimandare la rappresentazione: l’arrivo a Vienna dell’imperatrice Margherita Teresa fu ritardato a causa di una malattia, i musicisti di corte erano impegnati in altre produzioni e, soprattutto, il teatro progettato per ospitare Il pomo d’oro non era ancora terminato e non sarebbe stato completato e decorato prima dell’inverno 1667-1668.
Il pomo d’oro fu quindi eseguito nel luglio del 1668, in occasione del diciassettesimo compleanno dell’imperatrice Margherita Teresa. La durata eccezionale dello spettacolo rese necessario dividere la rappresentazione in due giornate, molto probabilmente con il prologo e i primi due atti rappresentati la prima sera, e i restanti tre atti il giorno seguente.
Un capolavoro quasi perduto
Dopo la rappresentazione del 1668, Il pomo d’oro non entrò stabilmente nel repertorio teatrale e, nei secoli, la sua memoria sopravvisse soprattutto attraverso le cronache dell’epoca che ne descrivevano l’impressionante impianto scenico.
La partitura ci è giunta in forma incompleta. L’unica fonte manoscritta è conservata presso la Biblioteca Nazionale di Vienna e faceva parte della collezione personale dell’imperatore Leopoldo I, appassionato musicista. I quattro volumi raccolgono il Prologo e gli atti I, II e IV e non sono autografi di Cesti, ma furono realizzati da copisti di corte.
Il libretto ebbe invece un’ampia diffusione a stampa, con numerose copie inviate in tutta Europa, ed è sopravvissuto nella sua interezza. Un esemplare conservato a Vienna contiene anche incisioni delle scenografie e del nuovo teatro costruito per l’occasione.
Artist: Lodovico Ottavio Burnacini (1636-1707) Engraver: Matthäus Küsel (1629-1681)
Fonte: Wikipedia
Riportare in scena Il pomo d’oro ha richiesto uno straordinario lavoro di ricerca e ricostruzione. L’occasione è nata nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, il festival della città in cui Cesti ha trascorso anni fondamentali della sua carriera. Proprio il legame del compositore con Innsbruck ha suggerito a Ottavio Dantone, direttore musicale del Festival, l’idea di riportare alla luce l’opera più ambiziosa di Cesti.
Quando Dantone ha iniziato a lavorare al progetto, insieme a Bernardo Ticci, curatore dell’edizione critica, è emerso che il terzo e il quinto atto dell’opera non erano conservati nell’unica fonte manoscritta. La ricostruzione dei due atti mancanti non poteva però essere arbitraria, ma condotta nel massimo rispetto possibile dello stile di Cesti. Perciò il lavoro si è trasformato in un’indagine sulle fonti, alla ricerca degli elementi che permettessero di ricostruire il linguaggio musicale del compositore.
Un contributo fondamentale è arrivato da un manoscritto conservato presso la Biblioteca Estense di Modena, contenente circa trentacinque arie e frammenti di scene appartenenti ai due atti mancanti. Sebbene queste sezioni rappresentino soltanto una parte della musica perduta, hanno fornito la base per il lavoro di ricostruzione di Dantone:
“Ho preso le opere di Cesti e ho iniziato a cercare frammenti, passaggi e arie che corrispondessero, dal punto di vista metrico o espressivo, ai versi del libretto, o che potessero essere adattati in un modo o nell’altro, a volte apportando lievi modifiche al ritmo. In definitiva, si può affermare che il 99% della musica è di Cesti, anche se non possiamo sapere quale fosse effettivamente la musica originale. In ogni caso, la musica barocca, e quella di Cesti in particolare, presenta situazioni musicali e retoriche ricorrenti.”
Proporre quest’opera al pubblico di oggi è una sfida non solo dal punto di vista musicale e filologico, ma anche drammaturgico e teatrale. La prima produzione in epoca moderna de Il pomo d’oro Cesti, affidata alla regia di Fabio Ceresa, mette in dialogo il linguaggio scenico contemporaneo con l’estetica della meraviglia tipica del teatro barocco.
Ricreare fedelmente il colossale spettacolo del 1668 sarebbe impossibile, oltre che anacronistico: il teatro di oggi dispone di spazi, mezzi e risorse profondamente diversi da quelli della corte asburgica. L’obiettivo è restituirne lo spirito, facendo rivivere la capacità di stupire che rese Il pomo d’oro un evento senza precedenti. Perché, a 350 anni di distanza, la meraviglia è la stessa: quella di una musica capace di attraversare il tempo ed emozionare ancora.
La prima produzione in tempi moderni de Il pomo d’oro di Antonio Cesti debutta alle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik il 7 e 8 agosto 2026, con repliche l’11-12 e il 15-16 agosto.